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Villa Arconati

CENNI STORICI

Villa Arconati è un luogo di indubbia importanza - una rapida visita è sufficiente per restarne sedotti - e lo era ancora di più nel passato. Basti pensare che nel 1706 Giuseppe Maria Arconati, lasciando in eredità il Castellazzo al nipote Giuseppe Antonio, sottolinea nel suo testamento il desiderio di "ammaestrare i figli maschi primogeniti in qualche pratica dell'architettura" al fine di assicurare il mantenimento della bellezza e dello splendore dei palazzi e dei giardini di Villa Arconati.
Questo testimonia non solo l'importanza del sontuoso edificio che, definito "piccola Versailles", era stato sottoposto a miglioramenti ed ampliamenti che ne avevano fatto per tutto il secolo XVII e XVIII luogo di incontro e centro di ritrovo della società milanese e non solo, ma testimonia anche una tradizione di un certo patriziato dell'epoca che alla sfrenata passione per il collezionismo affiancava interessi per gli ampliamenti e gli abbellimenti della villa per renderla luogo più gradito ai suoi ospiti.
All'epoca le sale del palazzo costituivano un'antologia dell'evoluzione del gusto che si riscontrava anche nella ricca dotazione di mobili e d'oggetti d'arte, ricordati nell'inventario del 1671, che andavano dai letti cinquecenteschi, al corredo di arredi e suppellettili, dai ricchi tessuti, alla lucentezza dei bronzi e delle dorature, dai cristalli e gli specchi, ai legni intagliati e soprattutto alla raccolta di cimeli e di oggetti preziosi, di quadri e di statue.
Un vero "museo" della nobiltà milanese come ricorda Luca Beltrami che nella sua minuziosa trattazione dedicata alle ville milanesi (1907) descrive il Castellazzo quale vero e proprio scrigno di opere preziose come gli importanti frammenti del Monumento Funerario a Gastone de Foix o la statua di Pompeo Magno da tutti ammirata per la bellezza e proporzione delle forme. Per non dimenticare la famosa biblioteca ricca di scelti e numerosi volumi e il "Codice Atlantico" di Leonardo acquistato da Galeazzo e oggetto di numerose traversie.
Nel '700 Giuseppe Antonio seppe interpretare e tramandare superbamente le inclinazioni della famiglia attraverso la magnificenza di cui andò circondandosi durante la vita, improntata dalla continua ricerca della bellezza e della raffinatezza che lo distinse tra i nobili milanesi dell'epoca. Fu inoltre appassionato di teatro nonchè ammiratore e protettore di Goldoni il quale, dedicando la sua commedia "La putta onorata" (1751) proprio al mecenate lombardo, narra nell'introduzione i suoi lunghi e ripetuti soggiorni a Castellazzo con termini entusiastici: "se io sapessi descrivere le delizie della vostra villa di Castellazzo cose avrei a scrivere degne di maraviglia, nè poche pagine basterebbero a dare un'idea vera di tutte quelle magnifiche cose che formano un soggiorno degno di voi".
Nonostante sia un'operazione di abile strategia editoriale dedicare una composizione ad un personaggio di indiscussa fama e prestigio, anche solo per i riflessi che ciò può scatenare nell'elite intellettuale che conta, emerge dalla descrizione tutta la meraviglia del Castellazzo, dai giardini alle sale sontuose, dal serraglio delle fiere al parco dei cervi, oltre a fornire il ritratto di un signore d'animo nobile e generoso, abile nell'elargire ai suoi ospiti gli svaghi più raffinati ed esclusivi.
La passione per la messinscena è del resto ben evidenziata anche negli interni dell'edificio, nel salone da ballo che con i suoi specchi e le candele creava suggestivi giochi di luce e soprattutto nel salone delle feste vivacemente affrescato dai fratelli Galliari, scenografi di grido.
L'effetto scenografico è ulteriormente sottolineato dalle stampe dedicate a Castellazzo che Marco Antonio Dal Re inserisce nel volume "Ville di delizia" del 1743, in cui il Castellazzo è immortalato anche negli interni, mai disegnati per altre ville. Le splendide vedute dominate da un punto di vista artificiale esaltano le prerogative quasi teatrali del luogo, testimoniano lo splendore della villa nel periodo culminante della sua vita, sintetizzato anche nelle delicate figurine in abiti del tempo che animano quegli ambienti e restituiscono l'atmosfera del piacere del soggiorno in villa dell'estroversa ed affascinante nobiltà settecentesca. Nobiltà che, proprio nei giardini della villa, trovava i principali momenti di delizia e compiacimento.
Strutturati su lunghi assi prospettici, su viali alberati, spianate di parterres fioriti, slarghi e piazzuole ornate di fontane, i giardini di Castellazzo sono l'unico esempio italiano insieme a Belgioioso citati nel trattato "La théorie et pratique du jardinage" (1709) di Antoine Joseph Dezallier d'Argenville che per tutto il XVIII secolo costituisce la summa più accreditata ed il testo più diffuso in Europa sui principi del giardino barocco.
Il giardino è impreziosito anche da importanti opere tecniche e dai giochi d'acqua mutuati direttamente da quella scienza idraulica di cui gli Arconati erano cultori. Tutto ciò testimonia il desiderio tipico dell'epoca di piegare la natura alle necessità e ai capricci dell'arte, assecondando un atteggiamento del mecenatismo lombardo che investe risorse in modo particolare nelle sue proprietà e nel caso specifico predilige decisamente la dimensione rappresentativa rispetto all'utilizzo produttivo.
Nei giardini si realizza una sorta di estetizzazione della natura che di certo non sfugge nè all'abate Felice Leonardi che compone entusiastici ed eleganti commenti poetici per le tavole del Dal Re, nè all'editore Bidelli che nella prefazione alla "Storia dei Longobardi" di Paolo Diacono del 1631 definisce "regia" la villa.
E neppure Arturo Toscanini, in altra epoca, risulterà insensibile all'atmosfera e alla seduzione di Villa Arconati, tanto da eleggerla a luogo privilegiato di piacevoli e rilassanti soggiorni.
 
Alberto Cipelli - Biblioteca Comunale di Bollate
 
 
Prefazione al volume:
Paola Barbara Conti, Patrizia Ferrario
"Un giorno al Castellazzo degli Arconati. Guida storico-artistica alla Villa e ai suoi giardini", Anthelios edizioni, 2001
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